Live Report di E. Joshin Galani, foto di Lorenzo Picarazzi
E’ uscito oggi 2 ottobre il nuovo album del Teatro Degli Orrori, ne abbiamo avuto l’anticipazione coi due video “Lavorare Stanca” prima e “la Paura” dopo.
L’appuntamento live è in Feltrinelli Milano per lo show case di presentazione, Lamusicarock è presente.
Quarto lavoro in studio della band che esce senza un vestito, senza titolo, nudo come tutti i contenuti delle tracce che arrivano potenti, senza preavviso, si scagliano addosso e scuotono. E’ con il consueto vigore musicale e verbale che i TDO vestono questa nudità semplicemente col loro nome.
Alla formazione consolidata Capovilla – Mirai – Valente – Favero si sono aggiunti Marcello Batelli alla chitarra elettrica e Kole Laca alle tastiere elettroniche.
E’ proprio su questa nuova formazione che Gionata Mirai si sofferma: “la situazione in cui ci troviamo a livello nazione e internazionale è di emergenza e esclusione sociale, barriere mentali, guerra amore….C’è un nuovo suono, lo spirito rabbioso è rafforzato da elementi che hanno completato le ambizioni musicali, con perizia del proprio strumento”.
Sono gli stessi due musicisti che hanno accompagnato il tour di “Mondo Nuovo” (il cui live è nell’album “Dal Vivo”) e che successivamente sono entrati in studio.
“E’ un disco molto coeso” aggiunge Capovilla, “è più compatto dei precedenti, rispecchia la circostanza umana di essere in sei e non in quattro; è una resurrezione, un debutto”.
Sul palco della Feltrinelli i TDO sono accompagnati da un trio d’archi, violoncello, contrabbasso e Rodrigo d’Erasmo al violino.
A sovvertire le regole di una classica presentazione di un nuovo progetto musicale, viene presentato il brano inedito “Che Fare” canzone che cita gente di Milano e del mondo intero. Introdotta con un delicato accompagnamento al piano, ci parla di clochard che cercano vino in scatola, mafiosi, poveri cristi affamati, gente che non sceglie ma guarda avanti: “un giorno rideremo dei grattacieli post moderni dell’alta velocità” . Si muovono milionari ed esclusi, il mondo generale diventa personale: “Vorrei tanto stringerti ma non so più dove sei..”
E’ sempre l’afflizione declinata in poesia, che lavora dentro e scoppia fuori, con un richiamo ed un’attenzione che non possono essere negati.
La decima traccia dell’album è “Slint”, ne parla Capovilla: “Gli Slint sono un gruppo anni 90, in inglese questa parola significa sottilissimo raggio di luce. L’album “Spiderland” è stato disco di ricerca che ha lasciato il segno, fu oscurato da “Nevermind” e questo brano omaggia un capitolo della loro formazione musicale. Parla di manicomio, narra l’esperienza di sopraffazione, persone imbottite di psicofarmaci che subiscono terribili umiliazioni. Racconta di quanto terapeutica sia la musica, intesa come altro modo per entrare nel disagio, che induce la voglia di vivere, a combattere e non arrendersi”.
Il pezzo ha un riferimento al libro “Manicomio Chimico” di Piero Cipriano. Nel booklet troviamo il sostegno dei TDO alla campagna per l’abolizione della contenzione meccanica, promossa dal Forum della Salute Mentale.
Il pezzo centrale dell’album è “Una Donna”. “Nel booklet c’è la foto che ha determinato la canzone, ma non c’è il testo” dice Capovilla, in primo piano una ragazzina quattordicenne del Kurdistan in fuga con un mitra, sullo sfondo sua madre con la figlia più piccola, e nello sguardo di questa ragazzina, uno sguardo fiero in un’ombra di disperazione. “Nell’allegoria del testo c’è tutta la nostra colpa”.
Si parla poi di coscienza sociale del gruppo musicale: “Non faremo mai una rivoluzione con le canzonette, ma contribuiremo a renderlo più giusto e più equo. E’ uno dei compiti più ineludibili, la musica non deve essere intrattenimento o gioiosa; noi scriviamo per precipitare nella realtà, perché la musica possa contribuire ad una nuova coscienza civile del paese” Aggiunge Mirai: “La cultura è ricerca e cerca spazi dove manifestare il non manifesto”.
Altro brano presente “Genova” legato ai fatti della Diaz. Nel testo la città è definita umiliata e offesa, mortificata e derisa: “Il cuore tende a non dimenticare” è sempre Capovilla che parla: “L’Italia dimentica in fretta, è da record; non è la prima canzone sulla violenza dello stato, spero sia l’ultima. Nessuno ha ottenuto giustizia, nessuna indagine seria. I politici dimenticano che le persone hanno un cervello e cuore, che tengono acceso con la memoria. Credono che i fatti siano stati di ordine pubblico? Le prove ci sono e noi le abbiamo cantate, Genova è stata vilipesa, noi facciamo qualcosa dal basso perché abbiamo a cuore il nostro paese”.
Capovilla conclude lo showcase salutando con il suo personalissimo invito: “Siamo pochi, pochissimi, ma stupendi, dobbiamo allearci”.
Articolo pubblicato per Lamusicarock il 02.10.2015
Video della serata:

