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  • Zen Circus Pisa Merda Live

    Zen Circus Pisa Merda Live

    Showcase del disco …. alla libreria Feltrinelli di Milano il ….

  • Batti 5: 5 domande in 5 minuti – Enrico Gabrielli

    Le contiamo sulla punta delle dita: 5 domande ai nostri artisti, il tempo di batter 5 et voilà, in 5 minuti le risposte.

    Articolo di E. Joshin Galani – Foto di Claudio Modonese

    Per il Batti 5 di questa settimana è nostro ospite il polistrumentista Enrico Gabrielli, attualmente membro di The Winstons, Calibro 35 nonché de L’Orchestrina di Molto Agevole, Esecutori di Metallo su carta e aka Der Maurer. Tante collaborazioni nella sua carriera di musicista, l’ultima col progetto “The Hope Six Demolition Project” di P. J. Harvey, uno dei più bei dischi della scorsa stagione.
    Da pochi giorni è uscito il suo primo libro “Le Piscine Terminali”, abbiamo voluto saperne di più, ecco le nostre 5 domande.

    Perché “Le Piscine Terminali” come titolo?
    Tutti i racconti chiudono con un switching ending e mi è venuta spontanea l’associazione mentale da “fine-di-corsa” che danno certe stazioni ferroviarie terminali (come Roma Termini o Venezia Santa Lucia). Ma è un titolo di pura suggestione, dove forse si richiamano alla mente astratte piscine a senso unico in cui il nuotatore ha modo di raggiungere solo una sponda senza poter tornare indietro. Malgrado per molti la piscina sia un luogo di svago, per me è il topos del luogo tetro e pericoloso, luogo che mi ha istillato una irrimediabile paura dell’acqua.

    Il libro è una raccolta introdotta da un sottotitolo: Diciassette racconti di fantascienza nera e dell’imprevisto. Da dove nasce la fascinazione per questo stile?
    Ho deciso che, trattandosi di un’opera prima, poteva essere utile fornire qualche coordinata in più. Banalmente anche per dire che non si tratta di un libro legato alla musica.
    Queste definizioni sono un rimaneggiamento di quelle all’incirca usate per descrivere le vecchie serie televisive come “Twilight Zone” e “Hitchcock presents”. In particolare la serie concepita da Roald Dahl “Tales of Unexpected” venne tradotta in Italia con “Il Brivido Dell’imprevisto” e mai titolo fu più chiarificatore di questo.
    Ma spero anche che chiunque sia interessato a leggere “Le Piscine Terminali” si dimentichi presto di questo sottotitolo e decida da sé cosa sono e cosa non sono.

    Che sfumature hanno i racconti: le atmosfere sono in primo piano o evocano lo stupore dell’immaginifico, piuttosto che un veicolo di riflessione sui tempi presenti e futuri…. o altro?
    Per quanto si parli di robotica, di società blindate, di animali o di astronavi, perno principale dell’intero lavoro è il “punto di vista”, che sia collettivo o in soggettiva ogni racconto crea un collasso con la visione che si ha fin lì di ciò che sta accadendo. Poi c’è l’humor nero che resta in filigrana ovunque e a tratti emerge prepotente giocando con i paradossi ampiamente forniti dalla vita reale.
    Ad esempio “Tatboo” parla di un’ipotesi di società iper (s)connessa, “Il 96” parla di un tele dipendente d’altri tempi, “Chador? J’Adore!” del lancio di un nuovo capo di moda, “Sindrome di immedesimazione” di un personaggio impegnato a diventare famoso tramite la tivù e i virali.
    Su quasi tutti aleggia un velo amaro e caustico. A tratti pure crudele.
    Ci sono poi i disegni che stemperano e aiutano a riportare tutto ad una dimensione quasi “da ragazzi”: sono stati gli editor Giorgio Majer Gatti e Giordano Bernacchini che mi hanno sollecitato a farne uno o due per ogni racconto. Credo sia stata una buona idea.

    Se dovessi scegliere una musica non tua a far da colonna sonora all’intero libro, cosa sceglieresti?
    È difficile dirlo, non sempre i libri sono “cinema”. Ci potrebbero essere due poli antico/moderno in cui oscillerebbe un’ipotesi di colonna sonora per “Le Piscine Terminali”.
    Uno è Bernard Hermann, di cui abbiamo in mente con 19’40’’ di eseguire e registrare all’interno di Contemporarities 2017 alcune colonne sonore di “Twilight Zone” dal vivo (ad esempio “Little girl lost”). L’altra è la colonna sonora di “Under The Skin” di quella geniaccia matricolata di Mica Levi con cui spero, un giorno o l’altro, di poter collaborare.

    Il libro è illustrato e nella presentazione hai utilizzato oltre che la voce narrante, la tua musica di sottofondo e i tuoi disegni. Quanto di più completo potessi proporre per una comunicazione a 360°. Possiamo aspettarci happening in questa forma multimediale?
    È molto difficile per me presentare questo libro al pubblico. Quando usi la musica ci si può schermare con gli strumenti della comunicazione ed è tutto più facile.
    La narrazione è una cosa troppo cruda e in genere un libro non è (quasi) mai adatto alla spettacolarizzazione, perché è stato concepito per essere fruito in privato e nell’intimo.
    Gli estratti “illustrati” (come li chiamo io) con disegni animati e voice off (grazie a Matteo Lanfranchi e a Stefano Panzeri per il prezioso aiuto) sono uno stratagemma per rendere più fruibile il libro in sede di presentazione.
    Per quel che mi riguarda questi racconti resteranno sulla carta e in mano al lettore, almeno che non salti fuori la remotissima possibilità che a qualcuno venga in mente di sceneggiarli.
    Ce ne sono alcuni che sarebbero piuttosto semplici da drammatizzare perché ambientati in un unico spazio con pochissimi personaggi. “Io, Specchio” addirittura è composto da un solo personaggio e un solo luogo: il bagno.
    Funzionerebbe bene anche a telecamera fissa… ma lasciamo stare i sogni.
    Questo per ora è la vita de “Le Piscine Terminali”, senza strepiti né operazioni accalappia scemi né tantomeno (indigeribili) reading.

    Articolo pubblicato per OffTopicmagazine il 04.06.2017

  • Batti 5: 5 domande in 5 minuti – Es Nova

    Le contiamo sulla punta delle dita: 5 domande ai nostri artisti, il tempo di batter 5 et voilà, in 5 minuti le risposte.

    Articolo di E. Joshin Galani

    Chiudi gli occhi e sogna nella realtà: ecco gli Es Nova. Un disco “Hyperestasy” che basterebbe a se stesso, ma gli Es Nova fanno molto di più.
    Un progetto musicale che dal vivo dialoga con la pittura, il gesto improvvisato che nasce dalle evocazioni musicali. Il qui e ora che fluttua nelle note e nel gesto, per un’esperienza totale dei sensi.

    Dovendo spiegare all’uomo comune cosa fate musicalmente, cercando una spiegazione per sottrazione, come vi presentereste?

    Direi come un gruppo che fa musica estemporanea, o, usando altre etichette, musica intuitiva. Comunichiamo le nostre intuizioni, riformulandole attraverso la musica; riascoltandole, le rapportiamo alle immagini che questa evoca, a qualcosa di definito come potrebbe essere una vicenda, un fatto, uno stato d’animo, una storia e così via.
    E’ allo stesso tempo un’educazione e una disciplina del pensiero, del sentire, dello stare in gruppo, un aver cura della comunicazione e della relazione che c’è fra i membri del gruppo, lo staff, i collaboratori e il pubblico.

    Le vostre musiche accompagnano arti visive, trovo il loro effetto adatto anche ad “uso personale” per quietare la mente, avete considerato anche questa valenza?

    Senz’altro sì, e non dico che non sia una delle sfide di questo genere di progetto. Ci sono tanti riferimenti e tanti modi dell’ascoltare e del produrre musica, compreso quello, come dici tu, di poter mettere ordine e respiro nella mente di chi lo ascolta.
    Le forme, i ritmi, le scansioni e la distribuzione dinamica degli elementi in gioco hanno senza dubbio un potere di cambiamento o di riconfigurazione delle strutture esistenti.
    Ognuno può sentire e ricostruire il musicale in modo del tutto particolare e soggettivo, specialmente quando si tratta di estetiche astratte e aperte.

    Perché “Hyperestasy”?

    Hyperestasy ha molti significati: dall’estrema sensibilizzazione della percezione, che perciò è, in metafora, una percezione più acuita del suono e dei processi interni gruppo, fino all’idea del viaggio estatico, viaggio dell’anima, che attraversa la dissolvenza delle vecchie forme, arrivando ad un culmine, che spesso coincide con un’idea o una nuova rivelazione.
    Non ci sono schemi, né imposizioni, né concetti in Hyperestasy, solo il lasciar fluire le cose così come accadono. E’ un percorso interiore vicino ad alcuni momenti che si possono sperimentare in psicoanalisi. Autori come Bion e Facchinelli, ma anche Lacan, Matte Blanco, Bollas, consentono di pensare che anche questo genere di litorali dell’esperienza siano tutt’altro che lasciati al caso o a derive new age prive di costrutto.
    Si tratta in sostanza di arrivare ad uno stato, cercarlo, e da lì iniziare a lasciare spazio al musicale, portalo a compimento e lasciarlo andare.

    Da dove arrivano gli stimoli artistici musicali delle vostre performance, dalla strada, dalla ricerca, dall’improvvisazione, dalla realtà o dal sogno?

    Direi da tutte queste cose, forse meno dalla strada e più dal sogno, in ogni caso da uno scenario “altro”, a volte perturbante a volte no, ma comunque connesso a qualcosa di permanente. Senz’altro poi, dal surrealismo e dall’espressionismo in pittura, dalla psicoanalisi, dal futurismo, da Stockhausen, Nono, Davis, Fluxus, GINC, dalla ricerca in vari campi, compresi la musicoterapia e la chirofonetica.
    Credo comunque che il punto chiave sia il gruppo quale sintesi delle varie prospettive, il campo interpersonale che si crea, la risonanza, l’informazione musicale che il gruppo permette di far circolare più o meno liberamente, dai dialoghi sommersi, da tutto il mare delle nostre alterità interiori, delle nostre potenzialità inespresse, dai limiti che si spezzano e si riformano, dall’angoscia che a volte emerge dal fare musica estemporanea, dai mondi che sono qui insieme a noi e che possono essere espressi nel musicale.
    Ci sono molti luoghi di esplorazione che possono essere vissuti musicalmente. Il nostro mondo soggettivo è quanto mai ricco e occorre esplorarlo con strumenti che consentano di ricavarne un senso, di pienezza, di ricchezza, ma anche di svuotamento, che poi possa essere espresso.
    Non crediamo ci siano soltanto la frantumazione e il disgregamento figli del nichilismo e della virtualizzazione che oggi sembrano andare per la maggiore.
    C’è tanto altro, e di enorme ricchezza; occorre però impegnarsi ogni giorno per poterlo ri-trovare, portandolo alla luce al di là delle nebbie e delle paure che oggi stiamo vivendo.

    In un momento in cui pullulano artisti di ogni tipo, spesso negati vocalmente, è un bel regalo ascoltare la voce di Erica. Alcuni passaggi vocali mi ricordano Lisa Gerrard, altre tecniche si rifanno anche agli armonici di Tuva, qual è stato il tuo percorso di formazione vocale?

    Il mio percorso è stato ed è tutt’ora una continua ricerca in quella che si può definire la scuola del disvelamento della voce. L’atto improvvisativo nel mio lavoro di performer è sperimentare l’immersione nella forza evocativa del fonema, al di là del senso concettuale ed estetico della parola che alle volte atrofizza la potenzialità espressiva del suono umano.

    Articolo pubblicato per OffTopicmagazine il 25.05.2017

  • Bugo 18 Maggio 2017 – Ohibò Milano

    Il f-antautore che incanta Milano
    Tante sfaccettature genuine, dirette, poetiche, per una serata nel vivace mondo di Bugo

    Articolo di E. Joshin Galani, foto di Stefania D’Egidio

    Sala completamente colma quella dell’Ohibò a Milano per il concerto di Bugo.
    Apre Cesare Livrizzi, interessante cantautore che presenta il suo ultimo album “Milano non contiene Amore”. Non mi stupirei se presto diventasse anche un paroliere per altri artisti.

    Bugo stasera si presenta in versione acustica, voce, chitarra e il suo set di armoniche a bocca pronte ad alternarsi nei diversi brani.
    Un po’ di allegro cazzeggio con il pubblico all’inizio e frasi incisive verso la fine, quando il dialogo diventa una sollecitazione fastidiosa.
    Un concerto molto godibile, sia per l’alternanza dei brani che per la nudità della voce che appare finalmente in primo piano, rispetto agli arrangiamenti del disco, la cui elettronica sembra scippare un po’ la particolarità dei colori della sua voce.
    Ed è proprio in questa veste, dove la vocalità è esposta, che emergono le sfumature interpretative di un amore legato a Vasco Rossi e Lucio Battisti, di cui fa cover.

    Di quest’ultimo sceglie “Supermarket”, in cui introduce in maniere esilarante anche parti di “Pasta al Burro” “Ggeell”, “Il Giro Giusto” e “Dio Mio No” (di nuovo di Battisti).
    Cita Anche Celentano come il suo eroe (stasera ricorre la celebrazione dei 60 anni del primo Festival RNR a Milano, all’ex Palazzo del Ghiaccio).
    Non c’è stata una prevalenza di canzoni dell’ultimo lavoro “Nessuna scala da salire”, ma una scelta possibile in 20 anni di musica.
    Pubblico molto presente che gli tributa calore e cori, soprattutto per l’ultima canzone “Io Me La Godo”.

    Scaletta:
    Cosa fai stasera
    Deserto
    Ogni Volta (cover Vasco Rossi)
    Che diritto Ho Su Di Te
    Io mi rompo i Coglioni
    Sei la donna
    Universo
    Love Boat
    Il Giro Giusto
    Supermarket (cover di Battisti)
    I miei Occhi Vedono
    C’è Crisi
    Me La Godo

    Articolo pubblicato per OffTopicmagazine il 22.05.2017

     

    Video della serata:

    Io mi rompo i coglioni

     

     

     

  • Mara Redeghieri 17 Maggio 2017 La Salumeria della Musica Milano

    Articolo di E. Joshin Galani – Foto di Andrea Furlan

    Mara delle Meraviglie!
    Con un Lieto evento iniziale è tornata la maestra, a profumarci con la sua voce eterea, passionale, le sue visioni sensoriali, spirituali e terrene, colme di delicatezze e verità.

    Ci aveva salutato con “Tutto bene” ultimo disco degli Üstmamò, nel 2001. Ci congedava un titolo forse ironico, che all’epoca preferii leggere rassicurante.
    Ho un passato da transennista anche per gli Üstmamò, rimanere orfana di quella incredibile lunga stagione della loro produzione mi lasciò un vuoto assordante.
    Per diversi anni ci si è interrogati su cosa stesse facendo Mara Redeghieri.
    Dal 2010 al 2015 l’abbiamo vista impegnata al suo progetto “Dio Valzer” dove, con un definito senso di appartenenza alla sua terra, ha riconsegnato al sentire odierno canti popolari, di lotta e rivolta dell’Appennino Reggiano, diventati poi documentario con ”Al Cusna” che le è valso il premio “Imola in Musica”.

    Qualcosa però mancava. Pur riconoscendo il suo valore vocale, mancava l’espressione pop, la sua scrittura e le sue visioni.
    Questa sera è come se fosse Natale, un grande regalo atteso da tempo, la magia in arrivo, il desiderio esaudito. Eccola alla Salumeria della musica, a Milano, a presentare il bellissimo “Recidiva”, suo debutto solista.
    Sale sul palco con un sorriso e le mani davanti agli occhi, che scopre come un sipario che si apre, un bel respiro e parte con Io Essere Umana, poesia sulla natura al femminile.
    Ci saluta con un “ben ritrovati”. E’ sempre lei, con la sua voce – se possibile – ancora più curata, limata, cristallina rispetto al passato, i suoi respiri, i movimenti yoga che l’accompagnano da sempre nelle esibizioni.
    Prosegue con Augh e Uomo Nero, entrambe con uno sguardo sul sociale.
    Ad accompagnarla Tiziano Bianchi (tastiere e tromba), Nicola Bonacini (basso), Davide Mazzoli (batteria) e Lorenzo Valdesalici (chitarra).

    Sono arrivata senza aspettative a questo live, nel senso che, pensavo di godermi semplicemente Recidiva live… ma stasera, come dicevo, è proprio natale e molto generoso.
    Arriva il primo regalo inaspettato, “Cosa conta”, vecchio brano degli Üstmamò tratto da “Stard’Üst”.
    “Ho apprezzato da sempre la vostra attenzione che noi appennini non abbiamo, sento i vostri occhi e le vostre orecchie, grazie” ci dice.
    Si prosegue con Romantica Siderale, brano perfetto in un album di gran qualità.
    La vocalità di Mara veste tutte le interpretazioni con emozione, sensualità, pulizia di suono e giochi melodiosi.
    Presenta così Mente cupa: “descrivo nelle canzoni le mie impressioni, sono ritratti di cose che mi spaventano o che mi emozionano, Mente cupa parla di una persona molto avara”.

    Episodio particolare del disco è sicuramente Nella casa, brano recitato e molto evocativo del valore sacro della casa, delle generazioni che l’hanno abitata e delle tracce lasciate.
    Su disco sono tre le voci che si alternano nel racconto, una bambina, un’adulta ed un’anziana.
    Mara lo presenta con queste parole: “Nel disco ho scritto piccoli componimenti poetici, questa è una preghiera laica per la mia casa”
    I musicisti si affidano a diversi strumenti per accompagnare il pezzo, recitato come in un reading, con una tromba importante.
    Altro regalino da scartare questa sera è l’ascolto di Canto del Vuoto, altra traccia degli Üstmamo tratta da “Üst”.
    Sono gioiosa di godermi live le nuove canzoni e ritrovare le vecchie.
    “Dentro questo disco ci sono due cose importanti” – ci dice Mara per presentare la delicatissima Madre Dea – “La preghiera per la mia casa e per la madre terra” .
    C’è tanta femminilità, sensibilità nell’osservare e restituire questo sguardo raccontato in musica e parole.

    Strump, viene introdotta come canzone dedicata al presidente degli Stati Uniti, Pestifera invece come “dedicata ai miei attacchi di nervi, i miei musicisti e collaboratori sanno di cosa sto parlando!”. Nel testo c’è spazio anche per l’auto ironia: “Mi fai ridere con quell’aria disperata, guarda con che cera sei finita, tieniti il cuore per amare, ulula soltanto per orgasmi”.
    Altro balzo tachicardico nel passato, con Lieto Evento Finale: “ E’ stata scritta per me da Lindo Ferretti, dopo pochi mesi che ci eravamo conosciuti, Giovanni ha molti difetti, ma anche molti pregi!”.
    C’è spazio anche per Now e Then di Tiziano Bianchi, trombettista della band, accompagna Mara, che cita la non casualità degli incontri.
    Ci saluta con Mai più altro regalone spaziale, e, finale con botto, Cento Pecore e un montone: “Vi dedichiamo una pietra miliare, una canzone con cui abbiamo iniziato la nostra storia con gli Üstmamò”.

    Non posso non pensare a tutte lo volte che ho sentito questo brano live, alla richiesta incessante e ossessiva del pubblico perché la facessero, ed una volta fatta, pogo selvaggio.
    Niente pogo stasera, nella compita salumeria della musica coi tavolini, ma non importa, perché questo è il presente, la fotografia del momento, c’è il valore del presente e del passato senza nostalgie.
    Il qui e ora, l’istante, il respiro contemporaneo, sono sempre state caratteristiche di Mara, che solo in accordo al suo sentire attuale, ha confezionato un album puntuale e scintillante, per cui è valsa la pena aspettare 15 anni.
    “Certe cose impiegano un sacco di tempo”, ci racconta, “la natura ce lo insegna, spesso è meglio aspettare il momento giusto per farsi avanti e dimostrare quello che si ha da dire, io ci ho messo un sacco di tempo, ma ora sono sicura voglio cantare per voi”.
    Grazie Mara, bentornata!

    Articolo pubblicato per OffTopicmagazine il 22.05.2017

    Video della serata

    Cosa Conta

    Conto del vuoto

    Lieto evento finale

    100 pecore e un montone

     

     

  • Batti 5: 5 domande in 5 minuti – Bugo

    Batti 5: 5 domande in 5 minuti – Bugo

    Le contiamo sulla punta delle dita: 5 domande ai nostri artisti, il tempo di batter 5 et voilà, in 5 minuti le risposte.

    Articolo di E. Joshin Galani

    Incontro flash per la nostra rubrica “Batti 5” con Christian Bugatti, in arte Bugo. Una carriera, la sua, lunga 17 anni nei quali, in ogni disco, ha colto e condiviso in totale libertà espressiva, un suo preciso momento di vita. Abbandonati, dopo 10 anni, basi elettroniche e sintetizzatori, il cantautore è tornato ad un rock puro.

    Attualmente è impegnato in un coinvolgente spettacolo acustico che stasera fa tappa all’Arci Ohibò di Milano. Chitarra e voce, Bugo ci accompagnerà in un intenso viaggio fra le sue canzoni più rappresentative, fino ad approdare ai brani di “Nessuna scala da salire”, il suo album di più recente pubblicazione.

    Apre il tuo ultimo album – “Nessuna scala da salire” dell’anno scorso – il brano “Radio Bugo”. Cosa trasmetterebbe una tua ipotetica radio, a parte i tuoi brani?
    Emotivamente Tutti i miei eroi: Vasco, Celentano, Oasis, Nirvana, rock 1965-67, e qualcosa di punk dei Buzzcocks.

    Me la Godo credo che esprima bene Il “Bugo-Mood” attuale, come un’evoluzione di  Io mi rompo i coglioni. Cosa ti potrebbe impedire di non godere più?
    Né l’una né l’altra sono un mood per me. “Me La Godo” poteva andar bene anche 10 anni fa, sono semplici stati d’animo, non necessariamente miei.
    Le canzoni sono spesso proiezioni delle nostre fantasie. Detto questo, credo Me La Godo potrebbe rappresentare un manifesto di vita per qualcuno… !

    Bugo

    Sei la donna è l’immagina di una donna che abbaglia nei suoi movimenti quotidiani, una conferma d’amore nel tempo, ancora piuttosto dirompente. Ci leggo un senso di complicità ed allo stesso tempo quel senso di sentirsi ancora molto emozionati, è così?
    C’è un che di voyeurismo anche: guardo una donna nella sua bellezza, è un gioco di sguardi, con un pizzico di malizia… Però non so dirti se c’è sentimento: quello “stai lontana da me” dice qualcosa, dice che voglio solo guardarti, non parlarti!

    Com’è stato suonare allo Sziget?
    Faticoso perché abbiamo avuto poco supporto dall’organizzazione, e me lo aspettavo. Ma io sono di scorza dura e supero queste cose. Nessuno si aspettava che venisse così tanta gente e noi siamo stati dirompenti. Dopo il concerto, 30 minuti di foto e autografi, non solo con i miei fan venuti dall’Italia ma anche con tanti stranieri che non sapevano nulla di me prima della mia esibizione!

    Hai un rapporto diretto coi fan nella tua pagina, non hai alcun velo nell’esporre le tue opinioni. Negli ultimi giorni, parlando della musica anni 90, hai detto che “rigetti quella mentalità” a cosa ti riferisci?
    Mi sembra normale essere diretto, volete artisti falsi?? Mi riferivo alla musica italiana alternativa anni 90, non a quella inglese e americana che, nella mia adolescenza mi ha regalato gruppi come gli Oasis o i Nirvana. Intendevo quella italiana, così retorica e ridondante, complessa e difficile.
    Musica che non parla alla gente…Tutto insopportabile per me!!
    Io volevo essere lontanissimo da quel mondo, per questo, guardando alla musica italiana mi rifugiavo nella canzoni di Tenco, Celentano e Vasco.

    * questi i suoi prossimi concerti:

    18 Maggio Milano, Arci Ohibò (Solo Acoustic Set)
    19 Maggio Bagnacavallo (RA), Ingranaggi Festival (Solo Acoustic Set)
    20 Maggio Savignano sul Rubicone, Sidro (Solo Acoustic Set)
    22 Luglio Alba (CN), Tanaro Libera Tutti

    Articolo pubblicato per OffTopicmagazine il 17.05.2017

  • Batti 5: 5 domande in 5 minuti – Orlando Manfredi

    Batti 5: 5 domande in 5 minuti – Orlando Manfredi

    Le contiamo sulla punta delle dita: 5 domande ai nostri artisti, il tempo di batter 5 et voilà, in 5 minuti le risposte.

    Articolo di E. Joshin Galani

    Con infinito piacere parliamo di un libro, ”Il cantautore va a Santiago!” di Orlando Manfredi, narrazione del Cammino di Santiago, dove c’è musica, incontri e l’anima a nudo.

    Ne abbiamo parlato un paio di anni fa in occasione dell’uscita del tuo disco “From Orlando To Santiago” che hai portato in tour sia come concerto che come spettacolo teatrale. Ora è finalmente uscito il tuo libro, un’esperienza talmente intensa quella del cammino che ha avuto bisogno di essere metabolizzata anche su pagina.
    Con la pubblicazione del libro si chiude un cerchio?

    Certamente sì. E a proposito di circolarità, il cerchio può calzare a pennello su questo progetto, in cui il Cammino di Santiago, intrapreso con una piccola chitarra, passa dall’essere Esperienza ad essere Arte (con lo spettacolo “From Orlando to Santiago” ma anche con le canzoni dell’album musicale omonimo), e torna ad essere Esperienza, narrata nelle pagine de “Il cantautore va a Santiago!”.
    Tuttavia, il fatto di trasformare tutto in un libro non era stato programmato dall’inizio: probabilmente avevo l’impressione che fare un disco di canzoni originali attraverso l’esperienza del Cammino fosse un compito già abbastanza titanico! Ma poi, da commenti e suggerimenti degli spettatori, ho capito che il progetto aveva una sua (intrinseca) vocazione letteraria ed ho deciso di assecondarla.
    E così, ecco il libro.

    Questo spiega anche il fatto che siano passati due anni dalla pubblicazione del disco a quella del libro? In quali circuiti pensi possa essere valorizzato e, oltre che on line, dove sarà reperibile?
    Dopo varie stesure c’è stata la lunga ricerca editoriale e, una volta trovato l’editore giusto, i tempi della programmazione. Rispetto al contesto in cui proporsi, sono anni che mi esprimo a cavallo tra musica, teatro, scrittura. Dunque, mi trovo perfettamente a mio agio anche nell’ambito dei festival letterari o delle librerie, che sono ancora l’habitat per eccellenza del libro, almeno se si parla delle tante librerie indipendenti che, miracolosamente, resistono.
    Poi, di qui a trovare un oggetto letterario un po’ “alieno” come Il cantautore va a Santiago! in ogni libreria, ci passa il mare. Ma vale ancora la disciplina antica della tenacia: se lo chiedi in libreria, se fai sentire che il libro esiste e che può trovare compagni di strada, allora il libro inizierà ad essere preso in considerazione.

    Come accompagni il lettore in questa avventura racconto?
    Assumendo a dominio narrativo in tutto e per tutto il mio punto di vista e, soprattutto, il mio ruolo. Cioè quello del cantautore.
    Quello che si racconta è il Cammino di Santiago con gli strumenti del cantautore. E’ il viaggio di un artista in crisi che tenta di sconfiggere la Crisi Globale con il fattore umano.
    Cercando cioè di rintracciare decine, centinaia, migliaia di crisi personali da empatizzare, da raccontare, da sdrammatizzare.

    Qual è ora la visione della “Crisi Globale” che hai citato come motore di partenza per intraprendere questo cammino?
    E’ la stessa che ho scoperto e incontrato sulle mie gambe, lungo il Cammino. E’ una Crisi che incancrenisce quando la sua narrazione vive di numeri, di astrazioni, di fantasmatiche competitività (che in realtà sono meccanismi di alienazione), di bolle speculative, di spread.
    Quando la Crisi s’incarna in facce, storie, reazioni ha già passato il guado.
    E’ già diretta all’altra sponda, verso la guarigione.

    Chi dovrebbe leggere questo libro?
    Viaggiatori del corpo, della mente, del desiderio. insomma, tutti.

    Articolo pubblicato per OffTopicmagazine il 09.05.2017

  • Batti 5: 5 domande in 5 minuti – Eugenio in Via di Gioia

    Batti 5: 5 domande in 5 minuti – Eugenio in Via di Gioia

    Le contiamo sulla punta delle dita: 5 domande ai nostri artisti, il tempo di batter 5 et voilà, in 5 minuti le risposte.

    Articolo di E. Joshin Galani

    E’ uscito da qualche giorno “Tutti su per terra”, il secondo album dei giovani torinesi Eugenio In Via Di Gioia. Nove brani tra cantautorato e nu-folk, adagiati su testi che giocano con le parole sia a livello lessicale che fonetico, dando vita ad un immaginario artistico personale e a tratti stralunato.
    Un lavoro che racconta una relazione, quella tra l’uomo e il mondo, del tutto rivoluzionata, capovolta, a testa in giù…

    Ci parlate della realizzazione emotiva di quest’ultimo album?
    Emotivamente parlando questo album ci ha resi molto felici. Ci mettiamo sempre un sacco a scrivere un pezzo perché ogni volta è un lavoro di lunghe attese, composizioni, ricomposizioni, stesure. Perciò nel complesso arrivare a registrarlo è stato un gran sospiro di sollievo.

    Il video di Giovani Illuminati oltre ad essere molto bello, è girato in Hyper-lapse, siete i primi in Italia ad averlo fatto, l’idea è partita da una vostra passione per le video arti?
    In genere si, passiamo davvero tanto tempo a guardare e a girarci ogni video interessante che per caso scoviamo nel web. Così è stato per questa tecnica, scoperta un po’ di mesi fa e subito utilizzata per raccontare una canzone che parla di tempo, spazio e tecnologia. Tutto grazie alla mano esperta di Daduxio, videomaker incredibile e nostro fan. Non poteva andarci meglio di così!

    A testa in giù ci sono il titolo, la copertina, ed anche i paradossi di cui parlate. Qual è l’argomento in equilibrio nell’album?
    Tutto il disco si concentra sul tema dei rapporti. Dal rapporto tra uomo e natura a quello tra vittime e carnefici, coscienza personale e opinione collettiva, cervello e tecnologia.

    Vi prendete dei momenti senza alcuna tipo di comunicazione col mondo esterno?
    Ahimè, raramente riusciamo a staccare totalmente dal resto del mondo. Eppure ci rendiamo conto di quanto questo invece sarebbe molto importante. Siamo riusciti a farlo per un mese durante la registrazione del disco, avvenuta a mille chilometri da casa nostra, a Palermo. Lontano da fidanzate, studi, lavoro e altre distrazioni siamo riusciti a immergerci completamente dentro l’attività in studio. Infatti è venuto fuori un risultato di cui siamo molto soddisfatti!

    Ci sono altri modi per essere giovani illuminati, ma non a risparmio energetico?
    Ogni volta che il sapere non è contenuto in oggetti fuori da noi, ma passa attraverso la nostra testa e rimane, oltre alla memoria esterna dell’hard disk, allora è realmente nostro. Poi entra in gioco la capacità di interpretazione e analisi che però è il passo successivo. Per ora basterebbe tornare ad allenare la memoria e la mente, divincolandoci dalla tecnologia in surplus.

    * queste le prossime date di presentazione di “Tutti su per terra”:

    24 aprile Arci Ohibò (Milano)
    27 aprile Locomotiv Club (Bologna)
    05 maggio Cap10100 (Torino)
    06 maggio Cap10100 (Torino) SOLD OUT

    Articolo pubblicato per OffTopicmagazine il 18.04.2017

  • I Decibel son tornati: Vivi da Re!

    I Decibel son tornati: Vivi da Re!

    Articolo di E. Joshin Galani – Foto Stefania D’Egidio

    A 40 anni esatti dalla prima uscita discografica dei Decibel, esce “Noblesse Oblige”, nuovo lavoro con pezzi nuovi e nuove versioni di alcuni vecchi brani più famosi.
    Sono alla data milanese del tour omonimo, ho grande curiosità per questo concerto, sia per lo spazio temporale che lo divide dal primo disco – era il 1977 – sia per la scaletta.
    Credo sia importante pensare a quel periodo storico, perché le circostanze sociali e politiche sono spesso state emanazione della musica di un determinato periodo.
    All’epoca l’Italia non era ancora uscita dalla lotta armata, dalle P38, dai rapimenti.
    Narrano i sussidiari musicali di allora che, mentre l’onda cantautorale si diluiva assieme a tutto il significato socio politico degli anni 70, alcuni giovani musicisti prendevano direzioni diverse.
    I nostri erano affascinati da Velvet Underground, Bowie, Talking Heads…

    Enrico Ruggieri e i Decibel

    L’interesse ed il gusto per ciò che accadeva musicalmente a Londra in quel periodo germinava in Italia, i sapori di queste contaminazioni davano vita sia ad artisti che a nuovi spazi di musica live. “Underground” era il termine in uso per definire questo sottobosco nascente pieno di promesse.
    In toscana nascevano Litfiba, Diaframma, Moda, Neon, a Bologna i Gaznevada, e poi in veneto i Frigidaire Tango. A completare la rosa della New Wave italiana, da Milano Faust’O, Garbo, Chrisma, Kandeggina Gang ed i Decibel.
    In questo 2017 i Decibel tornano ad incontrarsi, una reunion che non sa di celebrazione o nostalgia, un nuovo disco che non ricalca vecchi stilemi punk o post punk, direi più una versione Decibel 2.0.
    La location è il Teatro della Luna. Trovo sempre insoliti i teatri come spazi musicali pop rock, anche se gli impianti sonori rendono sicuramente una pulizia di suono ineccepibile.
    Nelle prime file i fan storici: camicia bianca, cravattino stretto in pelle come da copertina di “Vivo da Re”, alcuni coi Lozza montatura bianca come portava Ruggeri all’epoca.
    Ero praticamente certa che il pubblico sarebbe stato di cinquanta-sessantenni, sono invece sorpresa di vedere un’età assolutamente eterogenea, anche ragazze con la T-Shirt dei Decibel.

    Enrico Ruggieri e i Decibel

    A mettere le cose in chiaro sulla radice musicale della nascita dei Decibel lo fa il primo brano, Walk on The Wild Side di Lou Reed, inframezzato dalla parole di Ruggeri che cerca di farci entrare nel suo vissuto, nella differenziazione degli ascolti musicali di quel periodo – “era musica da carbonari” – dice. Il gruppo è nato sui banchi del Berchet, liceo milanese di Porta Romana, presenta Fulvio Muzio e Silvio Capeccia come “gli amici dell’ultimo banco”.
    “Gli anni del silenzio” è seguita da Superstar vecchio brano.
    C’è una bella miscela tra vecchio e nuovo, fa dei ponti tra passato e presente, trovando il fil rouge che li unisce.
    “La gente crede di decidere, ma li stanno pilotando da altre parti, ecco due canzoni con lo stesso argomento, scritte a 40 anni di distanza” dice per introdurre Il primo livello e Il lavaggio del cervello.
    Chiude la prima parte del live Indigestione Disko”e  A Disagio, cantata però da Silvio Capeccia, e giù, discesa del sipario 🙂
    I suoni sono perfetti, il pubblico è molto partecipe e caldo.
    Riprende l’accesissima Tanti Auguri dal vecchio repertorio, seguita da Crudele Poesia.

    Enrico Ruggieri e i Decibel

    Non poteva mancare un omaggio e saluto a David Bowie con un’intensa versione di The Man Who Sold The World. Mi viene il dubbio che tanti dei presenti non la conoscano, non vedo molta presenza emotiva tra il pubblico.
    Enrico parla tra un brano e l’altro, dice di avere ammirazione per le minoranze, a costo di essere considerato snob, ed è così che presenta Noblesse Oblige.
    Prima di partire con Teenager racconta: “quando l’abbiamo scritta avevamo 20 anni, ora un testo così sarebbe ipotesi di reato, però ho un’amica che da anni canta “Non ho l’età” noi abbiamo la moratoria!”
    Ed anche qui, un ponte con L’ultima donna .
    E’ sulle note di Sweet Jane che fa un cenno con la mano, una sorta di benestare, ed il pubblico si alza accalcandosi sotto palco. Naturalmente mi ritaglio uno spazio anch’io, finalmente il teatro diventa un po’ più R’n’R.
    E’ Decibel a seguire e i cori da stadio gli vengono tributati dal pubblico, in un festone sottopalco ad alte temperature.
    Poco prima di iniziare Pernod, Enrico chiama alla chitarra Pino Mancini, il “bel giovanotto” come lo definisce, chitarrista facente parte dei primi Decibel, che ha partecipato anche alla realizzazione del loro ultimo album.

    Enrico Ruggieri e i Decibel

    Una lunga versione, di quasi 10 minuti, in cui presenta tutta la band sul palco: Silvio Capeccia che usa unicamente tastiere dell’epoca, (mellotron , minimoog e il mitico organo Vox Continental) Fulvio Muzio alla chitarra, Lorenzo Poli al basso, Massimiliano Agati alla batteria e Paolo Zanetti alla chitarra.
    Annuncia di essere vicino alla chiusura, “non vi faccio fare tardi, so che dovete andare di fianco a prendere i figli” alludendo al concerto di Fedez e J-Ax concomitante al Forum.
    Enrico Ruggieri e i DecibelAnche l’ultima parte è una “scaletta ponte”: My Generation dell’ultimo disco, (in cui cita David Bowie, J. Cale, Lou Reed, Talking Heads, Roxy Music, Sparks, Sex Pistols, Stranglers, Devo, M. DeVille, Iggy Pop, Ramones, Clash).
    Gli succedono, in un boato, le hit dei Decibel, Vivo da Re e Contessa anticipata da un esilarante siparietto di Ruggeri che, con bombetta in testa, scimmiotta il ballerino della pubblicità della Tim (per il cui spot è stato utilizzato l’incipit di Contessa) e fa suonare due diverse tastiere, una con le note esatte di Contessa, l’altra con quelle utilizzate dalla pubblicità. Ma non entra in polemica, c’è troppa aria di festa – “Ma sì, dai, sono belle tutte e due” – commenta.
    Ringrazia tutti di esserci, lui il lunedì gioca a calcio, per la sua assenza ha dovuto far saltare la partita, ma ha invitato la squadra a sentirlo, stasera.
    Io credo che i Decibel siano sicuramente scritti nella storia della musica Italiana, di un certo tipo di musica sicuramente, e credo che stasera abbiano dato prova di poter continuare ad esserci, senza rimpianti, nostalgie o celebrazioni, semplicemente come un “c’eravamo e ci siamo”.

    Articolo pubblicato per OffTopicmagazine il 18.04.2017

  • La necessità dei simboli, l’omaggio all’esploratore Bowie, immaginando l’ipotesi di Elvis Presley in un’isola con Jim Morrison

    La necessità dei simboli, l’omaggio all’esploratore Bowie, immaginando l’ipotesi di Elvis Presley in un’isola con Jim Morrison

    Articolo di E. Joshin Galani Foto[1,3,4] Gabriele Spadini

    Sceglie “Ten” Paolo Benvegnù, per questa nuova copertina di “H3+”, l’ideogramma che raffigura il cielo, ma che significa anche paradiso.
    E’ un album spaziale, dilatato, un inno agli aspetti alti e celestiali della vita. Le atmosfere sanno di infinito, di abbandono e amore, nei suoi significati più alti, celesti, appunto.
    Potrebbe essere una colonna sonora per un viaggio esplorativo nella natura, il suono parlerebbe lo stesso linguaggio, perché racchiude i principi naturali dell’universo.
    E lo fa con eleganza, come atto d’amore per la vita, diluito nello spazio.
    E’ Victor Neuer che ci accompagna in questo viaggio, conquistatore dell’universo, ci prende per mano sorvolando presente e futuro.
    Incontro Paolo per la sua presentazione milanese dell’album, e sono veramente felice di poter aprire le porte del mondo concettuale, fantasioso ed emotivo che ha partorito questo disco.
    Paolo è garbato ed attento, non si risparmia in tempo e parole.
    Impossibile riportare tutte le risate, i confronti e divagazioni intervenuti, ma vi auguro comunque una buona lettura!

    Da appassionata di arti orientali ho apprezzato molto la copertina di “H3+” dove è segnata, la molecola base dell’universo, con stile pittorico da calligrafo del sol levante. C’è anche un kanji. Potresti scomporre l’ideogramma per spiegarcelo, al di là del suo significato globale?
    Grazie per questa domanda, nessuno l’aveva colto, pensavo di averlo celato bene, complimenti! Lo scompongo in tre parti…

    Ah il tre è il numero taoista…
    Ma allora tutto il celato è incelato! (ride) Anche noi occidentali abbiamo il misticismo del tre, io lo scompongo così: tutta la parte alta, legata ai pezzi Macchine, Quattrocentoquattromila, Slow Parsec Slow, è lo sporcare il cielo, una cosa molto umana.
    La parte in mezzo, degli archi, è legata all’inizio e alla fine, ossia a Victor Neuer e No Drinks No Food .
    Quella sotto è il resto del disco…
    Ho letto un libro di Ezra Pound, è molto interessante la sua spiegazione di quell’ideogramma, mi ha molto colpito l’interezza del significato.
    Fantastica questa domanda… ho sempre delle secondo o terze chiavi di lettura, mie personali, ne ho bisogno per fare in modo che i simboli aiutino il contenuto. Noi uomini abbiamo bisogno del simbolo per qualsiasi tipo di attività.

    Sì, all’interno c’è l’ideogramma di uomo…
    E poi c’è la parte celeste…

    Si sente. Rimanendo in ambito del tre, nella divisione simbolica dell’uomo, tra la parte bassa, minerale di radicamento, quella centrale delle emozioni e quella alta spirituale, questo disco lo trovo collocato nella parte alta, nella parte celeste…
    Ti ringrazio, è un grande complimento, sì, l’intenzione era quasi di purificazione…

    Paolo, non possiamo non parlare dell’omaggio a David Bowie di Good Bye Planet Hearth, sia come incipit musicale, che parzialmente nel testo…
    Sì, decisamente! Avevo scritto il pezzo prima che dipartisse, poi ho temuto potesse sembrare un’operazione nostalgia.
    La cosa bella con David Bowie, è che la sua storia sia senza fine.
    E’ un omaggio all’uomo, all’artista, all’esploratore, un esempio lampante di tutto ciò.
    Ritengo che un esempio straordinario di esploratore sia un tipografo, che, abitando a Città Di Castello, vedo quotidianamente. Lui ogni giorno va in tipografia, dove le macchine non funzionano più, si mette il camice, sta lì, tutto il giorno a far niente, è l’esploratore del vuoto.
    Il brano è quindi un omaggio anche a questo tipografo, così come è un omaggio a un bambino che ho visto quattro ore fa mentre tirava il braccio della sua mamma, l’altro braccio slanciato verso il cielo… è un omaggio a tutto ciò che possa essere trascendente…

    In questo testo c’è una frase ad effetto, “disobbedire alla disobbedienza”; l’essere altro, diverso, disobbediente, anticonformista, indie, è ormai qualcosa di comunque a sua volta allineato?
    In parte sì, in questo momento storico, c’è questo, ma c’è anche altro. Disobbedire alla disobbedienza è qualcosa che ha a che vedere con noi come essere cellulari, come essere senzienti. Prima di esserlo, c’è l’essere senziente di ogni piccola cellula, la quale, solo quando trova l’humus giusto, si riproduce e trasmette informazioni; quella è un’obbedienza cieca, una legge fisica.
    Per me significa non accorgerci che spesse volte ciò che noi confondiamo con orgoglio, forza di volontà, senso di sé, sottende ad una legge. Noi siamo su questo pianeta, per fortuna ci sono le condizioni per cui le nostre cellule, al posto di evaporare, trovano modo di riprodursi. Noi sottendiamo da quello, non siamo niente, siamo un insieme di cellule e comandano loro.
    Un grande privilegio dell’essere in vita è dato dal fatto che milioni di organismi muoiono per fare in modo che noi viviamo. A proposito di causa ed effetto, come facciamo a non tenerne conto?
    L’unica cosa che dobbiamo capire è che c’è una resa felice a qualcosa che è una causa, noi siamo l’effetto.

    Paolo BenvenùParlando con amiche più giovani di me, commentavo che il tuo album parla e piace dai 40 anni in su, perché contiene delle realizzazioni di vita che prevedono un percorso vissuto per entrarci dentro, io lo trovo un album illuminato…
    Questo non te lo so dire, ti ringrazio, per me è lo studio del vuoto…
    Esatto, intendo proprio l’abbandono dell’io, che trovi solo abbandonandoti e coltivando il vuoto…
    Hai ragione, io non so se ci sono arrivato, la bimba (Paolo è diventato papà da poco ndr) mi sta mettendo a dura prova.

    Io non sapevo che tu fossi diventato babbo, ma quando ho ascoltato l’album, ho pensato che doveva essere successo qualcosa di molto, molto importante, per creare un disco come uno squarcio luminoso, così netto…
    E’ stata confermata una mia teoria, che noi uomini siamo impotenti, cioè voi donne siete anche dei miracoli di biomeccanica, non soltanto portatrici di creazione di luce nel mondo, da trattare in maniera molto più alta e ampia. La cosa più importante che ho visto, l’utero diventare un ponte levatoio, succede soltanto in quelle condizioni, non è una cosa abituale.
    Vedere la mutazione della mia compagna, del corpo, che dura mesi, ma quella cosa succede solo lì, è veramente un miracolo, una creazione assoluta.
    Quello è il trascendere e la cosa incredibile è che ce l’avete soltanto voi.
    Come fai a non essere felice, a non aver gioia, squarci di identità con questa consapevolezza?

    Prima parlavamo di esploratori. Apre l’album Victor Neuer: ci racconti di questa figura pretestuosa che hai utilizzato per parlare dei vari argomenti del disco?
    Corrisponde alle parti migliori delle persone che ho conosciuto, e sono state tante, mi considero molto fortunato.
    Nel mio piccolo, anch’io trovo qualcosa che mi parla dello sconosciuto in me. Per me Victor Neuer, non è molto diverso da un mio amico che non c’è più e che era veramente un grande esploratore.
    Anche se viveva solo sul lago di Garda ed andava in motoretta, era nello sguardo ulteriore che aveva, la sua esplorazione.
    Come tutti, conviveva con la mostruosità, non sempre riusciva a scegliere la parte migliore, ne potremmo parlare per mesi. L’ho immaginato vivente e sbagliante, umano, errante, e poi lentamente ed inesorabilmente intero come l’acqua; l’acqua la vedo intera nel dissetare.
    Quando penso alla purezza di una sorgente, la valuto in termini di potenzialità di donare vita.

    Olovisione in parte terza nella scelta del titolo mi sembra ci sia il filo conduttore di questo album, il senso dell’uomo come uno, intero ed il valore dell’amore con forza propulsiva ed energetica…
    Decisamente sì, il carburante amoroso l’avevo affrontato anche in altri temi, a-mors non morte! Hai perfettamente ragione quando dici che l’amore è proprio il senso propulsivo del movimento degli uomini, nel caso di questa canzone, non solo la ricerca dell’uno, della propria identità.
    Non esiste soltanto il confronto con l’altro, ma anche – per certi versi – l’uomo ed il suo contrario. Non è più una lotta a due, piuttosto una lotta a tre, quella che ha a che vedere con la terza parte.
    E’ come un film interattivo dove il protagonista si innamora dell’attrice irraggiungibile perché impalpabile, le parla, ma si tratta di follia amorosa.
    Olovisione in parte terza è un piccolo avviso di quello che sta capitando adesso, gli essere umani stanno più attenti alle telecamere che li guardano, piuttosto che alla propria interiorità.

    Slow Parsec Slow mi pare la versione universale dell’uomo, canzone spirituale dell’amore per il cosmo, ma anche una nuova collocazione dell’uomo nell’universo, uno spogliarsi delle amenità e riconoscere il valore della luce, come comprensione profonda di se stessi…
    Assolutamente sì, sono i prodromi del voler diventare materia, riconoscere la luce come unica unità di misura. Questo significa pensare al tempo non solo come percezione del tempo elastico, rapportato alle nostre attività e passività, ma legato alla luce.
    E’ l’istinto prodromico dell’accettare serenamente una trasformazione delle molecole in essere umano, a particella, a sciogliersi nella materia. Questa era l’dea, non so se sono riuscito a renderla capibile!

    Boxes forse è il brano più scuro rispetto agli altri, ha dei rimandi musicali al Nick Cave degli anni 90, qui nel testo il movimento umano è all’interno, nelle proprie debolezze e nei viaggi irreali, piuttosto che nella comprensione luminosa della vita…
    Sicuramente sì, fa parte di un percorso iniziatico, nel momento in cui cerchi il vuoto che è in te, hai delle chance per poter espandere la tua percezione verso il vuoto ulteriore.
    Gli abissi che abbiamo dentro di noi sono per certi versi insondabili. Sono quelle sensazioni che noi percepiamo come vuoto, in dimensioni ulteriori rispetto al nostro, dove non arriviamo proprio per comprensione…

    Lì si tratta di abbandonare se stessi per fare il vuoto, ci riusciamo solo così…
    E’ esattamente questo, per cui è vero che Boxes ha un pragmatismo del vuoto. La metafora è il viaggio per trasportare delle fantomatiche materie prime che possono essere sublimi o terribili, dalle armi, al cibo in scatola…

    Paolo Benvenù

    Grande enfasi, che supporta il senso spaziale e celestiale dell’album è l’uso degli archi, ma complessivamente trovo un lavoro compositivo eccellente. La registrazione è stata fatta in Slovenia, in presa diretta, mi parli della realizzazione globale del disco?
    La cosa divertente è stata il lungo periodo di costruzione e sedimentazione del disco, un anno e mezzo di lavoro e ricerca sulla parola, un metalinguaggio per certi versi. Ci sono due o tre chiavi di lettura. Nella realizzazione invece è andato tutto più velocemente e in modo naturale, abbiamo registrato in diretta, un po’ stupendoci del fatto che l’insieme scorresse in maniere semplice, senza problemi. Siamo stati un po’ “stuporosi”! Ci siamo resi conto del valore del materiale e soprattutto di quello che ci stava sotto, proprio quando abbiamo registrato. Io prima avevo dei dubbi sul senso dei pezzi…

    Forse avevi bisogno di realizzarli insieme…
    Sì, avevo bisogno di realizzare tutto insieme ai miei compagni in maniera fisica. Da “stuporosi” siamo diventati molto contenti. La fase di mixaggio l’ha seguita Michele Pazzaglia, il nostro fonico che è anche uno del gruppo, ci da sempre un sacco di dritte, di “pennellate” sui brani, è stato molto bravo e coerente.

    Chiudi in No drinks no food con “Rinasceremo ancora come luce nel riflesso di un diamante”. Qual è la tua visione – credenza del dopo vita?
    Io penso che non ci sia nulla. Noi sbagliamo il concetto di nulla, nulla è tutto, adesso. E’ la verità, è bellissimo. Siamo sbilanciati perché abbiamo troppi sensi. Paradossalmente, diventare un essere è tutto un senso, non è confortante, l’accezione dell’uomo occidentale.
    Siamo fortunati a vivere questo qualcosa, e a poter vivere quel nulla che è tutto… io non vedo l’ora… beh più avanti possibile…(ride)

    Il comunicato stampa cita una leggenda, racconta del fatto che ogni molecola di H3+ sia in realtà la reincarnazione di un essere umano, mi parli di questa proposta intuitiva?
    Perché sono ateo ed essendo ateo credo a tutto. Se è vero che miliardi di persone credono nella metempsicosi, perché io non posso credere a questo?
    E’ anche un po’ ironico, ma sono abbastanza convinto di questo, la trasformazione dei nostri corpi, i nostri pensieri, gli sguardi che abbiamo… dove vanno a finire? Ci sarà un deposito!
    Gli accendini Bic e le biro Bic che non si trovano più, ci sarà un posto che li raggruppa! Perché no? Essendo ateo devo credere a tutto, anche al fatto che Elvis Presley sia in un’isola con Jim Morrison!

    Articolo pubblicato per OffTopicmagazine il 07.04.2017

    Video della serata:

    Se questo sono io